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Il progetto Spott 2, il biomonitoraggio sulla popolazione residente nell’area di ricaduta dell’inceneritore, è operativo dal 4 dicembre, data in cui la sindaca metropolitana Chiara Appendino ha firmato il protocollo d’intesa.

A novembre era già stata firmata la convenzione per il reperimento dei fondi necessari per lo svolgimento del programma che terminerà nel 2023 e che prevede 10 linee di intervento illustrate, oggi, nell’ultima seduta del Comitato locale di controllo del 2019.

Il costo complessivo di Spott 2 è di oltre un milione 633mila euro.

Le linee di intervento riguardano dieci diversi studi per comprendere l’eventuale impatto sulla salute della presenza dell’inceneritore. L’importanza di proseguire questi monitoraggi è stata ribadita da tutti i membri del Comitato anche perché, è stato ricordato, «l’impianto invecchia come tutte le macchine. Quindi, è necessario osservare l’impatto sulla salute anche dopo questi primi anni di funzionamento».

Le linee di intervento sono le seguenti.

Un monitoraggio epidemiologico a breve termine osservando i dati sanitari che riguardano la popolazione del territorio dal 2003 al 2020.

Uno studio epidemiologico a lungo termine osservando i ricoveri ospedalieri, gli esiti riproduttivi e malformazioni congenite.

Un monitoraggio degli indicatori di esposizione a sostanze tossiche utilizzando gli stessi due gruppi di volontari che hanno aderito ai primi 5 anni di Spott.

Un controllo sui lavoratori dell’impianto con almeno tre monitoraggi negli ambienti di lavoro.

Uno studio sulle cosiddette matrici animali, in particolare su uova di galline donate agli agricoltori della zona per verificare l’accumulo di congeneri delle diossine e dei Pcb.

Un nuovo modello di dispersione dei fumi del camino che tenga conto delle esperienze di questi primi anni di emissioni, valutando i contributi di questi fumi al peggioramento complessivo della qualità dell’aria.

Un aumento dei controlli sulle dispersioni di mercurio nell’aria attraverso deposimetri.

Il trasferimento al San Luigi di Orbassano della banca biologica del progetto Spott che è ora ospitata presso l’Istituto superiore di sanità a Roma. D’ora in poi questo prezioso archivio di campioni dei volontari che si sono sottoposti a prelievi sarà, così, mantenuto nella zona di studio da cui prevengono.

Le altre due voci di costo sono rappresentate dal coordinamento e dalla comunicazione del progetto.

Il Comitato ha anche esaminato una proposta di progetto di comunicazione rivolto alle scuole superiori della zona dell’inceneritore elaborata dall’incaricato alla comunicazione del Comitato su richiesta della presidente Barbara Azzarà.

Il progetto prevede di illustrare ai ragazzi il sistema di controlli ambientali e sanitari a tutela della popolazione proposti e coordinati dal Comitato. Si tratta di pacchetti di incontri con esperti e visite per scoprire i metodi e le strumentazioni che analizzano gli inquinanti, i monitoraggi sanitari inseriti in Spott 2, e per fare riflettere sul complesso dei fattori ambientali che possono avere un impatto sulla salute degli individui, compresi gli stili di vita (il fumo, ad esempio) e l’inquinamento da traffico. Il progetto prevede di coinvolgere Città metropolitana, Arpa, le due Asl e Istituto zooprofilattico: propone un primo avvio sperimentale e poi l’entrata a regime con l’obiettivo di coinvolgere entro 4-5 anni tutti ragazzi che frequentano le scuole superiori dei comuni dell’area di ricaduta dei fumi: Beinasco, Orbassano, Grugliasco, Rivoli, Rivalta, estendendo gli interventi, eventualmente anche alle circoscrizioni sud di Torino.

Nei primi mesi del 2020 sarà stesa la versione definitiva del progetto insieme agli enti e ai comuni, per poi proporlo alle scuole.

Il servizio comunicazione del Comitato ha proposto anche la redazione di un opuscolo informativo online sul corretto smaltimento dei rifiuti da pazienti sottoposti a radioterapia. Al Gerbido, infatti, si verificano oltre 200 allarmi radioattivi all’anno, quasi sempre dovuti alla rilevazione di piccole quantità di iodio nei rifiuti in ingresso. Solo una ventina all’anno sono allarmi di una certa rilevanza che prevedono una procedura complessa che implica la messa in quarantena di questi rifiuti, l’allerta delle squadre radiologiche dei Vigili del fuoco e dei tecnici dell’Arpa con la supervisione di un tecnico qualificato. Quasi sempre si tratta di pannoloni di persone incontinenti a cui è stato somministrato iodio in farmaci antitumorali.

Questi episodi, per le caratteristiche di rapido decadimento dello iodio, non rappresentano veri pericoli per la salute, ma la notizia dell’allarme radiologico genera apprensione e alimenta il senso di insicurezza della popolazione. Il progetto prevede, quindi di realizzare una pubblicazione online a cura del Comitato in accordo con le Asl e le aziende ospedaliere, scaricabile, affiancato a una versione “corta” tradotta in 10 lingue. Nei prossimi mesi sarà approfondita la proposta esaminando anche la possibilità di una campagna informativa mirata ai centri diagnostici radiologici e soluzioni di raccolta e stoccaggio per il decadimento dell’iodio, in modo da portare all’inceneritore questi rifiuti solidi urbani completamente primi di tracce radioattive che, anche se non impattano sulla salute (sono terapie comuni in molti ospedali) fanno scattare l’allarme radiologico all’ingresso dell’inceneritore.

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