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Meno diossine e furani nell’ambiente e quindi nel nostro organismo. Questa è, al momento, l’ipotesi più accreditata per spiegare il calo di inquinanti rilevato anche nello studio Spott sottoposto all’esame del Comitato locale di controllo sull’inceneritore di Torino.

Il decimo report del monitoraggio sulla salute coordinato da Asl To3 con Asl Città di Torino e Arpa per individuare eventuali contaminazioni dopo l’entrata in funzione del termovalorizzatore, ha confermato la diminuzione di queste molecole nel campione di popolazione sottoposto a indagine.

Sembra strano che con l’accensione di un impianto inquinante come il termovalorizzatore si rilevi una diminuzione della presenza di diossine nel sangue umano, ma tant’è. “La significativa riduzione dei livelli di esposizione nella popolazione residente è coerente con la documentata diminuzione, negli anni, dei livelli di diossine e Pcb nelle matrici ambientali e alimentari già presentata nei rapporti dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare”, si legge nel rapporto curato dal pool composto da Asl To3, Asl Città di Torino, Dipartimento epidemiologia di Arpa Piemonte e dall’Istituto superiore di sanità.

Questo significa che, secondo gli studi ufficiali, il termovalorizzatore non aumenta in modo significativo l’inquinamento nemmeno per questi composti.

Anzi, questo biomonitoraggio sulla popolazione conferma che, in generale, l’incidenza sull’inquinamento ambientale di diossine, furani e Pcb sta diminuendo.

La contaminazione da queste sostanze avviene per deposizione di fumi o per contatto con diserbanti o prodotti di lavorazioni industriali che le contengono. Queste ricoprono l’erba, il mais o la soia che vengono mangiate dalle mucche, che, a loro volta, le accumulano del grasso e nel latte. Da qui vengono assunte dall’uomo. Altre “strade” alimentari sono il consumo di verdure contaminate o di pesce che ha assorbito gli inquinanti disciolti nelle acque. L’aggressione verso l’uomo, dunque, non avviene tanto per inalazione quanto per ingestione da alimenti. Per questo, l’Unione europea ha emanato direttive per la salvaguardia di allevamenti vicini ad aree a rischio ed è per questo che anche gli allevatori della zona del Gerbido hanno seguito un protocollo di salvaguardia per l’alimentazione del bestiame.

Certo, sono ancora ipotesi; tanto che lo stesso report chiede che, anche in futuro si continui a monitorare la presenza di queste sostanze nel sangue di campioni di popolazione “almeno con un’altra misurazione”.

Questa indagine, come le altre del progetto Spott, ha previsto una campagna di prelievi e analisi prima dell’entrata in funzione dell’inceneritore (la cosiddetta fase T-zero) e una dopo tre anni dopo l’accensione (la fase T2). In entrambe queste fasi si è reclutato lo stesso campione suddiviso in un gruppo di cittadini residenti entro cinque Km dall’inceneritore e un gruppo lontano, ma residente a Torino (zone Lingotto e Mirafiori nord). Nella fase T2 i campioni sono stati di 41 residenti nell’area di ricaduta di cinque km e 44 non residenti. Rispetto agli altri monitoraggi di Spott i campioni di popolazione per le indagini su diossine e Pcb sono limitati a meno di una cinquantina ciascuno soprattutto per gli alti costi delle analisi.

A questi due campioni si è aggiunto un gruppo di 12 allevatori che risiedono e hanno gli allevamenti nei pressi dell’inceneritore.

Tra questi gruppi di indagati gli allevatori, come nel periodo T-zero, sono risultati con presenze di diossine maggiori rispetto agli altri cittadini, fatto che confermerebbe la prevalenza a consumare direttamente prodotti dei propri allevamenti (uova, latte, carne) che si ritrovano pur sempre in aree urbane e industriali.

Nelle prossime settimane è atteso anche l’ultimo rapporto del progetto Spott, quello che riguarda il monitoraggio degli Idrocarburi policiclici aromatici.

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